Le storie dettate dal cuore

Il claxon della macchina che sopraggiungeva, mi fece fermare di colpo. Seguii la macchina con lo sguardo lasciando che passasse, prima di attraversare la strada.
Quel suono aveva fermato all’ improvviso i pensieri riportandomi alla realtà caotica del pieno centro. L’immagine del visino triste, pallido e macilento, con i grandi occhi chiari, ricolmi di lacrime, di quel bambino che aveva occupato, prepotentemente, i miei pensieri, si andava perdendo pian piano nelle figure che mi circondavano.
Ero di ritorno dalla Casa Circondariale dove, come ogni mercoledì della settimana, ero stata al reparto femminile, per avere i colloqui con le donne recluse. Una domandina quella volta mi aveva incuriosita perché vi era stato aggiunto e sottolineato " urgente parlarti ".

 

La feci chiamare,si presentò.Teresa (nome di fantasia) era magra e alta, aveva fra le braccia un bambino che piangeva disperatamente, suo figlio. Le manine del bimbo stringevano con forza un lembo del vestito della madre. La donna, anche lei con gli occhi gonfi di lacrime, si era presentata con i capelli spettinati e Ü vestito sguaiato, parlava un dialetto stretto e dal suo volto smagrito si leggeva tanta sofferenza.

Era la prima volta che veniva a parlarmi, non l’avevo mai vista. Si sforzava di parlare in italiano,senza riuscirci, perché sicuramente era abituata a parlare solo in dialetto; seppi poi, che veniva da un paesino del subappennino.
Dalle sue frasi sgrammaticate, s’intuiva che non aveva frequentato neppure la scuola elementare.
Mi chiese subito di aiutarla, perché suo figlio aveva compiuto tre anni e per legge non poteva restare più con lei.
Figlia di una prostituta, Teresa, quando la madre morì uccisa, rimase sola e visse nel piccolo paesino con l'elemosina dei paesani più buoni e con lo scherno e lo sfruttamento di quelli cattivi.
Mi chiese di parlare con il giudice per far sì che il bambino potesse restare in un Istituto o in una Casa Famiglia del posto.
Quel bambino era tutto per lei, e non aveva nessuno a cui affidarlo.
Teresa aveva saputo da una compagna di cella, che se non vi fossero stati posti disponibili negli Istituti nella città ove lei era detenuta, avrebbero mandato il bambino in una struttura di un altro Comune .Vi era però il rischio - come era successo con il figlio di un’altra amica di cella del carcere di Trani, ove si trovava prima di essere trasferita in quello di Foggia, la quale non aveva più visto il figlio perché, nella struttura ove il piccolo era ospitato non vi era nessun operatore disponibile ad accompagnarlo e fargli vedere la sua mamma - ,di non poter riabbracciare il bimbo per chissà quanto tempo.
Non sapevo come aiutarla anche perché bambini così piccoli non potevamo ospitarli nelle nostre Case Famiglia.
Mi stavo dirigendo alla sede dei Servizi Sociali per parlare con l’Assistente Sociale e farmi consigliare da lei il da farsi. L’immagine disperata di quel bambino, aggrappato alle braccia della madre.era in me ancora presente, quando mi venne in mente una mia amica, Bianca, molto buona e generosa, che aveva due figli. Il primo frequentava I’ Università a Bologna e I’ altra studiava lingue straniere a Perugia ed era andata all’estero
Incontrandola, qualche mese addietro, aveva espresso il desiderio di prendere un bambino in affidamento, in quanto,ora che i figli erano diventati grandi e non avevano più bisogno di lei, si sentiva sola e triste.
Accolse l' idea entusiasta e mi promise che ne avrebbe parlato subito con il marito e avrebbe telefonato ai figli e mi avrebbe dato la risposta l’indomani.
Il giorno successivo, dopo la risposta affermativa della mia amica, riandai al carcere per sentire se questa soluzione andasse bene anche alla madre del bambino.
Dopo che mi sentì,Teresa rimase un po’ perplessa, perché aveva paura che ia mia amica potesse avere, un domani,delle pretese verso il bambino.
La rassicurai parlandole della lealtà e della religiosità della donna e le spiegai che quella era una soluzione ottimale.
Aiutai la mia amica Bianca negli incontri con le persone competenti e nel produrre i documenti per l’affidamento provvisorio. Raccontai al Direttore del Carcere tutto ciò che stavo facendo per aiutare Teresa e gli chiesi di fare entrare la mia amica come volontaria con I’ applicazione dell’ articolo 17, per darle la possibilità di parlare con la madre del bambino e far si che le donne si conoscessero meglio.
Bianca poi non entrò nelle carceri solo in quella occasione per incontrare Teresa, ma successivamente mi aiutò a risolvere parecchi problemi che avevo con le altre detenute.
Sono passati parecchi anni e posso dire con un certo orgoglio che queU’affidamento fu riuscitissimo, L’ affidatala portava spesso il bambino al carcere a trovare la madre e tra le due donne si era instaurato un rapporto bellissimo di stima e affetto. Entrambe volevano il bene del bambino in un feeling profondo d’amore materno che univa le due donne.
Dopo aver scontato la pena, Teresa uscì dal carcere e tramite la mia amica ebbe un piccolo lavoro duraturo. Ora la donna non si sentiva più sola, aveva trovato nella mia amica, una sorella e nella sua famiglia la famiglia, che aveva sempre sognato.
Il ragazzo è ancora sostenuto negli studi e Bianca e il marito si preoccupano di lui come fosse il loro terzo figlio.