Il dolore non ha bandiere

Il suono squillante del campanello d’ ingresso mi fece sobbalzare, rompendo il silenzio del mio ufficio vuoto.
Andai ad aprire la porta e mi trovai dinanzi una donna smunta, sofferente e trasandata che non disse una parola ma mi gettò le braccia al collo, scoppiando a piangere .
Il pianto di quella donna, che mi sembrava di non conoscere, mi trasmise tanta tristezza.
Cercai di calmarla e la invitai ad entrare e a sedersi. I singhiozzi non le permettevano di parlare. Mi sedetti accanto e la guardai nei suoi grandi occhi azzurri.

Quei bellissimi occhi, pieni di dolore, mi ricordavano qualcuno. Sì, era la donna bella e stravagante che Testate di due anni prima avevamo aiutato.
Elika ci era stata segnalata, perché si era accampata in un vecchio portone di un antico palazzo disabitato. Aveva messo degli oggetti propri, personalizzando con fantasia e originalità quel luogo.
La ospitammo nella nostra Casa famiglia. Stette per poco , perché le trovammo subito un posto come badante ad un’anziana.
Veniva a trovarmi il giorno che aveva riposo, una volta alla settimana.
Mi parlava della sua famiglia, che aveva lasciato in Russia, di suo marito Dmitrij che dipingeva molto bene e lavorava in una fabbrica di mattoni percependo uno stipendio misero, che non bastava neppure per le spese quotidiane.
Era venuta a cercare lavoro in Italia per dare la possibilità ai due figli (un maschio e una femmina), di finire di studiare. Di questi due figli era orgogliosa perché, diceva, erano dei bravi e studiosi ragazzi. Ne parlava sempre con la nostalgia di una madre che soffre per la loro lontananza, ripetendosi nei particolari e negli aneddoti sulla loro vita insieme
Lei era una musicista, suonava il violino pur conoscendo anche gli altri strumenti.
Poi l’anziana,do ve lavorava, mori e lei dovette trasferirsi al Nord per trovare un altro lavoro.
Non la vidi nè, la sentii più.
Ora mi stava davanti, trasformata fisicamente e disperata, le presi le mani tra le mie , tremavano ed erano fredde.
Aveva finito di singhiozzare, ma ansimava asciugandosi gli occhi.
Le accarezzai il capo con affetto. Questo gesto la rassicurò e le diede il coraggio di parlare : -“Mio figlio è morto“- mi disse all’improvviso. Poi tacque per qualche minuto e riprese raccontandomi che lo scorso Natale il figlio era andato a fare legna per accendere il caminetto, ma l’albero che aveva tagliato gli era caduto sulle spalle, schiacciandolo.
Il marito, non vedendolo ritornare, era andato a cercarlo e trovatolo sotto l’albero, lo aveva estratto e, dopo averlo trascinato a casa, aveva chiamato il medico.
Ma il giovane, che aveva avuto un’ emoraggia interna, non ce l’aveva fatta.
“ -Non sono potuta andare a dargli neppure l’ultimo saluto. Sono rimasta ancora qui in Italia per continuare a lavorare e raccogliere i soldi necessari perché avesse ima buona sepoltura, e non nella fossa comune. Ora ritorno al mio paese a piangere sulla tomba del mio figliolo. Perciò sono passata a salutarvi, perchè qui ho trovato tanta comprensione e affetto - “