Genoveffa e il Segreto della vita

Il sole batte sul foglio bianco accecandomi con la sua luce.
Scrivere su Genoveffa mi riempie di gioia. Sono passati due mesi che non scrivo su di Lei, anche se ogni giorno si lavora per i suoi amati poveri, i suoi detenuti, i suoi ragazzi arrivati dal mare e alloggiati nelle ‘Case famiglie’.

Quest’anno la calura estiva è stata lunga e afosa ma le attività nella nostra sede di corso Garibaldi,52 di Foggia si sono svolte più numerose del previsto (insegnamento di italiano agli stranieri, alfabetizzazione, distribuzione di pacchi viveri, ascolto e interventi vari, distribuzione di medicinali da banco ecc.).
Il lavoro è tanto, perciò anche questi mesi estivi sono passati veloci. La città era semivuota, le molte serrande dei negozi abbassate e i semafori lampeggianti ci permettevano di lavorare più in fretta e meglio.
Anche Genoveffa passava le calde giornate estive nella piccola Celletta di via Briglia.
Genoveffa, quando era molto giovane, aveva conosciuto il mare, perché era andata a Trani nella casa dell’avvocato Perrone per fare la domestica.
Nella sua vita Genoveffa non aveva visto molti luoghi. Visitò il Santuario della Madonna dell’incoronata di Apricena quando sua madre, dopo avere scoperto le prime piaghe sul suo corpicino volle portarla in pellegrinaggio a quel Santuario fu lì che ella sentì una voce che le diceva che non sarebbe più guarita; la piccola Genoveffa rispose che accettava questo grave verdetto.
Con la famiglia si trasferì da Lucera a Foggia per trovare una piccola casa; abitarono in alcune ma non riuscendo a pagare il fitto venivano mandati via per morosità, fino alla casa di via Briglia che padre Angelico, proprio per evitare un ulteriore allontanamento forzato, con l’aiuto di un gruppo di devoti, comprò.
Nel periodo della seconda guerra, obbligata da padre Angelico, Genoveffa si trasferì a Troia, per poi rientrare definitivamente a Foggia nella sua celletta in via Briglia, ora via Genoveffa De Troia.
Questi sono i luoghi che visitò Genoveffa, in tutta la sua vita. Il suo corpo, sempre più piagato, la costringeva a non potersi muovere dal suo lettuccio di dolore.
Genoveffa amò la vita e fu prigioniera dei mali del suo stesso corpo, voleva dedicare la vita al suo Sposo e le fu negato di farsi suora, amò la miseria e fu preda di essa.
Genoveffa amò Dio con tutto se stessa, amò i poveri e i bambini. Lei che come san Francesco, che visse in letizia perché amò, amò ardentemente tutte le creature umane trovando in essi l’anima del Creatore.
E come Lui seppe soffrire per amore della croce nello struggente ardore di imitare il suo Sposo.
Genoveffa chiamò con amore il dolore e la sofferenza.